3rd
Il a un rapport à la représentation qui est très fort, c’est une sorte d’exstension Warholienne qui consiste à inventer et à se mouler au désir de plus grand nombre et que Koons pousse à l’extrême en sautant Cicciolina!
P. Huyghe
ette. Se io ora cominciassi a urlare come un disperato, mi spogliassi nudo, tirassi fuori dallo zaino un coltellaccio e cominciassi a infierire su me stesso, probabilmente voi entrereste in imbarazzo. Non avreste una precomprensione disponibile, per questa cosa.
Ma se domandaste: «Che cosa sta succedendo?», e qualcuno vi rispondesse: «È un artista contemporaneo, sta facendo una performance», voi direste: «Ah, sì, vabbè: è un artista contemporaneo, sta facendo una performance». Magari direste anche: «Che schifo», oppure: «Per me è fuori di testa», oppure: «Non c’è più religione». Ma, comunque, avreste una precomprensione disponibile. E non vi verrebbe in mente di chiamare la neuro: io sono un artista contemporaneo, sto facendo una performance. In un certo senso, ciò che sto facendo non è vero.
Avere una precomprensione significa, tra le altre cose, non avere bisogno di pensare che ciò che abbiamo davanti sia vero.
Nota: il dio non dice: «Ho lasciata mano libera all’avversario». Il dio si prende in prima persona la responsabilità di ciò che è stato fatto a Giobbe. Se il dio può prendersi la responsabilità di ciò che ha fatto l’avversario e quindi, alla lettera, identificarsi con l’avversario, allora il mondo è insensato.
Seconda nota: se il dio dice che lui fa quello che vuole semplicemente perché lo vuole, quindi del tutto irresponsabilmente e senza sottostare nemmeno alle regole stabilite da lui stesso, allora il mondo è insensato.
Ossia: il dio dice a Giobbe che il mondo non esiste se non provvisoriamente, per finta; le nude cose esistono veramente, e lui è la nuda cosa più nuda cosa di tutte.
Avere che fare col dio, è pericoloso.
Il mondo esiste così per finta, che dopo questa sparata il dio — che non si capisce bene se, alla fin fine, abbia vinta o persa la sua scommessa con l’avversario — ripristina la condizione di Giobbe. Gli dà altri figli, altre mogli, altre bestie, altri servi, altri campi.
Giobbe è quindi di nuovo felice?
Provate a immaginare. Provate a immaginare che tutte le persone care vi siano sottratte e, dopo un po’, sostituite da altrettante persone care. Non vi sembreranno, queste nuove persone care, queste persone care sostitutive, dei semplici simulacri? Non sono persone finte? Non è forse un incubo, quello che il dio ha regalato a Giobbe per ricompensarlo della sua sostanziale fedeltà — o perché non rompesse più i coglioni?
Era uno dei peggiori sogni che facevo da bambino, questo: che mia madre morisse, e che venisse sostituita da un’altra mia madre, perfettamente uguale, ma non quella. Non una madre-mondo, ma una madre-cosa.
Dodici. E adesso comincio, finalmente, a parlare della narrazione. Che cosa fa la narrazione? Le narrazioni, si dice comunemente, costruiscono dei mondi. Che relazione c’è tra la narrazione e l’esperienza? La narrazione, dirò così, tenta appunto di costruire dei mondi che accettino la presenza delle cose, là fuori.
Addirittura: la narrazione è il tentativo di portare-dentro nel discorso l’esperienza delle nude cose, e/o addirittura di produrre un discorso che sia, per chi lo legge, un’esperienza.
La parola detta, è mondo. La parola non detta, è cosa.
La poesia è sempre stata considerata un’attività più alta della prosa — anche oggi che non la legge nessuno — proprio perché ha il potere, per mezzo delle parole, di metterci istantaneamente a contatto con le nude cose. Meglio: di ammetterci istantaneamente alla presenza delle nude cose.